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Ratti drogati: la verità sulla sperimentazione animale e le dipendenze

Avete mai sentito dire che anche i ratti possono diventare dipendenti da droghe? No, fidatevi, non è fantascienza. Oggi vi racconto la verità sulla sperimentazione animale e le dipendenze

Indice

  • Una precisazione doverosa
  • L’autosomministrazione endovenosa
  • I primi esperimenti nel 1956
  • Il protocollo di James Weeks (1962)
  • Di scimmie e altre sostanze
  • Cosa ci insegnano questi studi?
  • FONTI

Una precisazione doverosa

Prima di partire, è importante fare una precisazione: in questo articolo non ci concentreremo sull’etica della sperimentazione animale. Non parleremo di quanto sia giusto – o sbagliato – condurre certi tipi di esperimenti sugli animali. Affronteremo questo tema più avanti, cercando insieme di costruirci un’opinione più strutturata su un argomento che, inevitabilmente, tocca la sensibilità di molti.

Oggi, invece, ci concentreremo sul metodo, su come gli scienziati studiano il comportamento legato alla tossicodipendenza. E lo fanno, sì, utilizzando modelli animali.

L’autosomministrazione endovenosa

Tra tutti i metodi disponibili, ce n’è uno che da anni spicca per efficacia e precisione: l’autosomministrazione endovenosa. Ma cosa significa, esattamente? In parole povere, l’animale, di sua spontanea volontà, si somministra la droga. Come? Premendo una leva collegata a una pompa che gli inietta la sostanza direttamente in vena. In pratica:

  • se la droga ha un effetto rinforzante, l’animale continua a premere la leva;
  • se non lo ha… smette.

Ma come siamo arrivati a tutto questo? Facciamo un passo indietro.

I primi esperimenti nel 1956

Siamo nel 1956, l’anno dei primi studi sperimentali sull’autosomministrazione di droghe. Ad alcuni ratti da laboratorio viene offerta una soluzione di morfina come alternativa all’acqua. E qui accade qualcosa di molto interessante: gli animali preferiscono la morfina, nonostante il suo sapore amaro. Anzi: arrivano a consumarne il doppio rispetto all’acqua. Un gusto che normalmente avrebbero evitato… ma non in questo caso.

Perché?
Perché la morfina ha un effetto farmacologico che li spinge a continuare. Per capirlo meglio, i ricercatori offrono poi ai ratti una soluzione di chinino. Anche il chinino è amaro – molto simile alla morfina – ma privo di effetti farmacologici rilevanti. Risultato? I ratti non lo bevono.

A quel punto, l’ipotesi comincia a prendere forma: non è il gusto a guidare la scelta. È l’effetto della droga. Un’ipotesi che verrà poi confermata da studi successivi.

Il protocollo di James Weeks (1962)

Facciamo ora un salto in avanti, al 1962. Qui entra in scena James Weeks. È lui a codificare il protocollo di autosomministrazione endovenosa così come lo conosciamo oggi. Il suo contributo sarà fondamentale, perché dimostrerà una cosa chiave: le droghe agiscono come rinforzi positivi. Tradotto: più droga viene somministrata, più l’animale ne richiede.

Weeks impianta dei cateteri permanenti nella vena giugulare dei ratti, collegandoli poi a una pompa, posta all’interno di una scatola sperimentale. Quando l’animale preme la leva, la pompa inietta una dose di morfina. E cosa succede? Col passare del tempo, i ratti imparano a usare la leva… e si autoiniettano dosi sempre più elevate. Questa tecnica rivoluziona gli studi perché:

  • elimina il problema del sapore sgradevole;
  • permette di usare risposte chiare e misurabili.

Di scimmie e altre sostanze

Ma non finisce qui. Nel 1964, Thompson e Schuster applicano questo protocollo anche alle scimmie. E i risultati continuano a essere coerenti. Nel 1968, poi, Pickens e Thompson dimostrano che i ratti possono autosomministrarsi anche anfetamine e cocaina, mostrando che il loro comportamento varia in base alla sostanza somministrata.

Cosa ci insegnano questi studi?

Ma attenzione: questi comportamenti non sono casuali. Seguono regole ben precise.

Da tutto quello che ci siamo raccontati oggi emerge un punto chiave:
le droghe agiscono come potenti rinforzi, capaci di:

  • influenzare il comportamento;
  • attivare il sistema di ricompensa del cervello.

Un elemento fondamentale per chi vuole capire davvero le basi neurobiologiche delle dipendenze.

FONTI

The Biological Disposition of Morphine and its Surrogates 4:
https://iris.who.int/bitstream/handle/10665/267584/PMC2555766.pdf?sequence=1

Experimental Morphine Addiction: Method for Automatic Intravenous Injections in Unrestrained Rats:
https://www.science.org/doi/abs/10.1126/science.138.3537.143

Morphine Self-Administration, Food-reinforced and Avoidance Behaviors in Rhesus Monkeys:
https://deepblue.lib.umich.edu/bitstream/handle/2027.42/46396/213_2004_Article_BF00413045.pdf?sequence=1

COCAINE-REINFORCED BEHAVIOR IN RATS: EFFECTS OF REINFORCEMENT MAGNITUDE AND FIXED-RATIO SIZE:
https://jpet.aspetjournals.org/article/S0022-3565(25)27954-X/abstract

National Geographic – Le frontiere della scienza – La scienza della dipendenza – n. 60 – settimanale :
https://edicola.shop/national-geographic-le-frontiere-della-scienza-la-scienza-della-dipendenza-n-60-settimanale-8-5-2019-copertina-rigida.html

Continua a leggere i miei articoli qui

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