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Perché amo le neuroscienze?

Da 6 anni vi racconto online perché amo le neuroscienze e il cervello. In passato avevo fatto un video dove vi raccontavo del perché io avessi sempre provato tanto interesse verso questo organo così misterioso. Oggi però vi aggiungo altri dettagli.

Indice

  • La mia storia
  • Neuroscienze: quali obiettivi?
  • Evoluzione e complessità
  • A che punto siamo con la ricerca?
  • Cervello: come guardarci dentro?

La mia storia

Tutto nasce nel lontano 2007 quando, molto banalmente, inizio a suonare (o meglio, a studiare) lo strumento che vedete alle mie spalle: la batteria. Non appena mi sono seduto sullo sgabello, ho preso le bacchette in mano e poggiato i piedi sui pedali è scattata la molla. 

Da un lato volevo imparare a suonare ma, dall’altro, ero curioso di capire come fosse possibile pensare letteralmente su piani e livelli diversi. Mi spiego. Suonare la batteria significa sviluppare indipendenza degli arti: quello che fa la mano destra deve essere indipendente dalla mano sinistra e dai piedi, quello che fa il piede sinistro deve essere indipendente dal piede destro e dalle mani e così via.

Capite benissimo che, soprattutto all’inizio, far muovere armonicamente gli ingranaggi è tutt’altro che semplice. Il marionettista però sta nella nostra testa. Da lì quindi è partito il mio viaggio che, oltre agli aspetti motori mi ha condotto a toccare e approfondirne tanti altri. E oggi provo a raccontarvene qualcuno.

Neuroscienze: quali obiettivi?

Uno degli obiettivi più importanti delle neuroscienze moderne rimane ancora quello  di comprendere i meccanismi biologici alla base delle attività mentali dell’essere umano. Il cervello è senza ombra di dubbio l’organo più enigmatico e importante di ogni essere umano: serve infatti per governare sia l’organismo che i comportamenti, oltre che per interagire con gli altri esseri viventi.  Se proprio dovessi farvi una metafora, vi direi che si tratta di una foresta molto fitta. Ma sarebbe riduttivo. Se vogliamo complicare un po’ le cose dovremmo infatti chiederci: “Quali sono i meccanismi neurali che ci rendono umani? E, soprattutto, chi siamo?”

Evoluzione e complessità

È proprio grazie allo sviluppo e all’evoluzione del nostro cervello che siamo in grado di svolgere compiti complicati e tipici proprio della nostra specie, come scrivere un libro, suonare uno strumento musicale o progettare uno smartphone.  Questo almeno fino a quando l’intelligenza artificiale non ci renderà tutti stupidi e rincitrulliti.

Dopo milioni di anni di evoluzione e cambiamenti possiamo sicuramente affermare di avere un organo incredibilmente complesso.  La chiave di lettura sta però nella sua duttilità, cioè nella sua capacità di modificarsi e perfezionare la sua attività per adattarsi all’ambiente sia da un punto di vista anatomico che funzionale (vedi neuroplasticità). 

Cosa vuol dire? Be’ vuol dire che il cervello ha la capacità di modificare sia la sua struttura che far evolvere le sue funzioni. Un esempio sono i neuroni specchio. Sì, ne abbiamo parlato qualche tempo fa in una serie di shorts, ve li lascio in descrizione. Diversi anni anni fa vi avevo raccontato del mio esperimento nel voler diventare mancino per 30 giorni e di come io non fossi stato il primo a pensarci, anzi! C’era già un po’ di letteratura scientifica e di osservazioni di persone il cui cervello era cambiato dopo essersi sforzati nella stessa attività. 

A che punto siamo con la ricerca?

Oggigiorno esistono diversi fronti aperti nello studio del cervello. Ovviamente a livelli differenti.

Da un lato infatti i ricercatori si concentrano su molecole, geni, neuroni e sinapsi; dall’altro puntano invece sui circuiti neurali locali, sulle connessioni tra le diverse regioni del cervello e, soprattutto, sul legame fra tutti questi elementi che agiscono però, se ci pensate bene, come un tutt’uno.

L’obiettivo cardine delle ricerche, quindi è quello di comprendere in profondità il cervello: questo ci permetterebbe di fare cose fuori dall’ordinario, per esempio: riparare danni disastrosi dovuti a malattie neurodegenerative o disturbi neuropsichiatrici. 

Siccome poi, come essere umani, siamo programmati per spingerci sempre più in là, con questa comprensione così profonda del cervello potremmo, per esempio, pensare di potenziare le nostre capacità intellettuali e motorie. Insomma, più ne comprendiamo il funzionamento più cose possiamo provare a raggiungere.

Cervello: come guardarci dentro?

Un altro aspetto che mi ha sempre spinto a volerne sapere di più è stato capire come fosse possibile guardare fisicamente nel nostro cervello. Oggi è possibile farlo in tantissimi modi, dalle ancestrali tecniche istologiche fino quelle moderne di neuroimaging ma, fondamentalmente, possiamo pensare a tre grandi vie di ricerca:

  • La connettomica, che si occupa di tracciare la mappa completa delle connessioni neurali
  • La mappatura delle attività cerebrali, che si propone di raffigurare quello che viene definito “traffico nervoso”
  • La simulazione completa del cervello umano in un computer, probabilmente la sfida di ingegneria inversa più ardita della storia

Questo terzo campo, ovvero le neuroscienze computazionali, stanno acquistando un’importanza sempre maggiore anche alla luce dei più recenti sviluppi dell’intelligenza artificiale che ci permette di arrivare in posti che, solo qualche anno fa, era impensabile già solo immaginare.  A ciò che vi elencato finora vanno aggiunte tante altre prospettive di indagine: pensate alle dipendenze da sostanze, alla coscienza, all’empatia e a tutto il mondo enorme che si sta aprendo da decenni sugli effetti della meditazione sulla nostra mente.

Continua a leggere i miei articoli qui.

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